Venerabilissimo Maestro,

Quando il profano si accosta alla soglia del Tempio, prima ancora di varcarne il limite gli viene chiesto di deporre i metalli. È un gesto antico nella sua essenza, semplice nella forma ma profondissimo nel significato. Su quella soglia l’uomo è invitato a lasciare fuori non soltanto ciò che possiede ma ciò che crede di essere attraverso quel possesso: la vanità, il potere, l’apparenza, il prestigio, l’attaccamento alle cose e all’immagine costruita di sé. Solo così egli può presentarsi al Tempio non come ruolo, non come titolo, non come maschera, ma come uomo in ricerca disposto a spogliarsi per poter cominciare a conoscersi.

È uno dei primi insegnamenti per un’Apprendista, non entra chi possiede ma chi sa spogliarsi. Egli imparerà che si lasciano i metalli fuori non solo il giorno della iniziazione ma ogni volta che siamo in Tornata perché tutto ciò che ci rappresenta esteriormente al di fuori del Tempio non conta. In clamide e guanti bianchi non c’è differenza tra manager ed impiegato, imprenditore ed operaio, laureato o diplomato. Portiamo dentro solo ciò che siamo, le nostre esperienze, le nostre gioie ed i nostri dolori. Ma la prima domanda, quelle che forse sento più viva è questa: quali metalli continuiamo comunque a portarci dentro e non riusciamo a lasciare fuori?

Forse portiamo con noi la rabbia quando lasciamo che una parola ricevuta o un torto subito oscurino la nostra capacità di ascolto. Portiamo il lavoro quando anche nel silenzio del Tempio la mente resta occupata da urgenze, scadenze e responsabilità. Portiamo il telefono, non solo come oggetto ma come simbolo della continua distrazione, del bisogno di essere sempre altrove. Portiamo le preoccupazioni quando il peso della vita quotidiana impedisce al cuore di farsi davvero disponibile.

Eppure, la nostra Loggia ci facilita: c’è un momento prima della Tornata, quello della preparazione fisica del Tempio, il momento in cui ci confrontiamo con i nostri fratelli; c’è il momento dell’Istruzione in cui Apprendisti e Compagni approfondiscono. Questo tempo è soprattutto un momento per predisporre il nostro cuore ad accogliere il valore profondo di ciò che a breve si andrà a celebrare. Ma se arriviamo in fretta a ridosso della Tornata, se fino a pochi minuti prima mandiamo messaggi al collega od alla moglie, se la prima cosa che facciamo prima di toglierci la clamide è riprendere il telefono in mano, siamo certi che stiamo utilizzando questo tempo nel modo corretto?

Allora comprendo che i metalli non sono oggetti o segni esteriori. I metalli più difficili da deporre sono quelli interiori: le nostre rigidità, le nostre paure, le nostre impazienze, il desiderio di controllo, l’incapacità di fermarci davvero ed il coraggio di chiedere a noi stessi ed a chi ci sta vicino di rispettare il nostro tempo.

Ma se questi metalli sono parte di noi ed è così difficile liberarcene, allora siamo davvero capaci di lasciarli fuori anche quando entriamo in un altro Tempio? E parlo della nostra casa.

Perché la casa, in fondo, è un Tempio, forse il più importante. Anche lì siamo iniziati ogni volta che abbiamo varcato una soglia, quando diventiamo mariti o padri o zii, quando assumiamo responsabilità via via più grandi, è qui che celebriamo i nostri riti quotidiani. Il caffè del mattino con mia moglie, la partita alla Nintendo con Nicolò, Siria che mi mostra un passaggio nuovo imparato in palestra, mio padre che mi porta la verdura e mi racconta della sua giornata. Gesti semplici, forse ripetitivi, ma ogni giorno diversi dal precedente. Non perché sia cambiato il gesto ma perché siamo cambiati noi. Come il nostro rituale, sempre uguale nelle parole e nei passaggi ma sempre diverso se siamo capaci di accoglierne il significato e lasciarci attraversare da esso. Entrare in casa portando ancora addosso la rabbia del giorno, il peso del lavoro, l’attenzione dispersa nel telefono o persino le preoccupazioni e i conflitti che possono nascere in Loggia, significa rischiare di trasformare ciò che dovrebbe essere spazio di pace in un altro luogo di tensione. Ma come si fa a tenere fuori dai luoghi che consideriamo sacri questi metalli? Per molto tempo ho creduto che la soluzione fosse proteggere la mia famiglia dall’inquinamento del mio mondo esterno, indossare una maschera e fare finta che tutto fosse a posto. Lasciavo fuori fisicamente il resto del mondo ma lo portavo in casa come inquietudini interiori.  Ho lasciato che le scorie che portavo dentro, quelle che alcuni chiamano depressione ma alle quali ho imparato a dare un altro nome, mi consumassero dall’interno fino a pregiudicare profondamente la mia salute, il mio equilibrio e la mia capacità di essere presente.

Ogni volta che entravo in caso pensavo di varcare la soglia  ma in realtà erigevo un muro. Non per egoismo ma per protezione di ciò che avevo più caro, dimenticandomi sempre di una persona: me stesso. Oggi comprendo che il lavoro non consiste nel negare quei metalli, né nel nasconderli dietro una parola detta per inerzia o un sorriso forzato. La casa, e con essa il nostro Tempio,  non sono il luogo in cui fingere di esserne liberi ma l’officina più intima in cui imparare lentamente a diventarne liberi: attraverso la parola sincera, l’ascolto, la condivisione, il coraggio e la fiducia di poter mostrare anche la propria fatica e debolezza senza trasformarla in peso per gli altri. Non si tratta dunque di lasciare i metalli fuori dalla casa o dalla Loggia come se la vita potesse restarne esclusa ma di entrarci con umiltà e sincerità e permettere che l’amore, la presenza e l’ascolto ci insegnino, giorno dopo giorno, a lasciarli andare.

In Loggia, forse il lavoro dell’Apprendista comincia proprio da qui: imparare, nel silenzio, a riconoscere i propri metalli uno ad uno, senza negarli e senza giudicarli ma provando ogni giorno ad affrontarne almeno uno e perché no, quando sarà pronto, a lasciarlo fuori dalla porta. Non perché quel metallo non esiste più ma perché in lui si è trasformato in qualcosa di buono.

I metalli non si depongono una volta per sempre. Si riconoscono ogni giorno e si trasformano: sulla soglia del Tempio, sulla soglia di casa, sulla soglia del cuore. Ogni soglia diventa allora un invito al lavoro interiore e così il rito non resta confinato tra le colonne, né al ricordo dell’iniziazione: continua nella Loggia, nella casa, nelle relazioni, nel silenzio delle nostre scelte quotidiane. E ogni volta che un metallo viene riconosciuto, accolto e trasformato, il Tempio si innalza un poco di più, non come costruzione perfetta e compiuta ma come un’opera viva, fragile e paziente, edificata giorno dopo giorno nella sincerità del nostro cammino.

Ho detto.