
Nel dizionario della lingua italiana viene riportato che il non sentirsi all’altezza ha un sinonimo che lo sintetizza: il termine “inetto”.
Chi è l’inetto in letteratura?
Si tratta di un antieroe, caratterizzato da un profondo senso di inadeguatezza, incapace di realizzare se stesso, ma anche di scegliere e di rapportarsi serenamente con le altre persone, che vede come responsabili del proprio insuccesso.
Vorrei, portando la mia personale esperienza con umiltà ed amore fraterno, portare alla luce il percorso interiore che mi ha portato a formulare questo pensiero.
Vi è in noi un fenomeno, dettato dagli eventi, che viene definito impotenza acquisita.
Il significato di quest’ultima espressione è da attribuirsi agli innumerevoli ostacoli che ci si parano davanti ogni giorno, sin dal primo giorno di vita, e che ci portano a cercare vie facili per evitare di soffrire.
Così mi sono costruito negli anni una comfort zone in cui i risultati che si ottenevano dai miei comportamenti e dalle mie parole erano prevedibili e dove non dovevo misurarmi con situazioni che non conoscevo o a cui volontariamente mi sottraevo.
Ma, come riportato nel mito della torre di Babele, che a mio avviso è un’allegoria del nostro tempio interiore, ad un certo punto tutto è crollato.
Il mio stesso contatto con la realtà è venuto meno. Tutto è cambiato così, in un attimo… o così apparentemente pensavo.
Mi sono ritrovato a cadere in un baratro buio e senza fine nel quale non vi è né luce né rumore… non un inferno quindi, ma un oblio.
Ora ciò che ieri era vero è falso.
Allora ho rivolto lo sguardo verso di me ed anche lì non ho trovato consolazione, perché avevo capito che io, e solo io, sono il colpevole di tutto, e questa cosa mi ha portato a sentirmi ancora più inadeguato.
Perché mi resi conto di come ciò che ai miei occhi è sembrato improvviso e repentino, in realtà è stato il risultato di anni di mie non scelte.
Come ben riportato dallo scrittore Italo Svevo, l’inetto non è la vittima di una società spietata che stritola gli individui più deboli.
Al contrario, egli è soprattutto vittima di se stesso, delle sue indecisioni e delle sue tortuosità psicologiche, che lo rendono incapace di avere un sano e positivo contatto con la realtà.
Nell’illusione di eludere le mie paure, meditando ed estraniandomi dalla vita di tutti i giorni, ho reso la mia vita grigia, dove non volevo avere la responsabilità di scegliere tra il bianco ed il nero del pavimento a scacchi.
È un istinto naturale che comunque non va demonizzato, ma valutato per quello che deve essere: un momento di introspezione necessario. Somiglia un po’ al comportamento che hanno i bimbi piccoli quando, dopo un gran pianto, dormono profondamente nel proprio lettino, al sicuro da tutto e tutti…
Solo che il rinchiudersi in sé stessi è una sorta di limbo grigio dal quale si ha perfino paura di pensare di uscirne.
In altre parole, per me è stata una trappola.
In quel limbo diventi il carceriere di te stesso, sentendoti condannato a perdere fin dal principio, fin da quando ti illudi di poter vivere in quel modo grigio dove non sei né vivo né morto.
Come riporta il motto dell’omeopatia: “Similia Similibus Curantur”, e cioè la cura è nel sintomo stesso.
Ciò che ha provocato in me questo stato di inadeguatezza è stato anche quello che mi ha portato a rialzarmi.
Come detto anche da altri cari Fratelli prima di me, ho guardato dentro di me e, nel farlo, ho cominciato a vedere parti del mio carattere che nemmeno pensavo di avere.
Ed è stato in quel preciso momento che anche il mondo intorno a me ha iniziato a cambiare. Lo so, è un piccolo passo in avanti, ma un cammino è fatto da migliaia di passi.
In tutto questo la Loggia è stata discretamente vicino a me e, come riportato in varie discussioni tra Fratelli, anche il silenzio può essere di conforto, perché vi assicuro che queste cose si sentono.
Grazie a tutti.
Ho detto.
Antonio
Buongiorno fratelli tutti,
Riflettevo sull’opera che ci è stata affidata: costruire un Tempio. Non una casupola, non un riparo temporaneo. Un Tempio. Un’opera così grande, così sacra, così immensa che nessuno di noi, da solo, potrà mai esserne all’altezza. Nemmeno quando saremo Maestri. Avremo fatto più strada, avremo sgrossato meglio la nostra pietra, saremo persone migliori. Ma l’opera rimarrà sempre più grande di noi.
E questa è la bellezza del nostro lavoro. Non siamo chiamati a essere perfetti. Siamo chiamati a contribuire, ciascuno con la propria imperfezione, alla costruzione di qualcosa che ci trascende.
La paura di non essere all’altezza, quindi, non è un difetto da eliminare. È un segno di umiltà. È la consapevolezza della grandezza dell’opera. È il riconoscimento che siamo parte di qualcosa di molto più grande di noi stessi.
Quando entriamo in Loggia, non entriamo come uomini perfetti. Entriamo come cercatori, come operai imperfetti che mettono la loro pietra grezza accanto a quella degli altri Fratelli, sapendo che solo insieme, solo con il lavoro collettivo, possiamo avvicinarci all’armonia del Tempio.
E forse, Fratelli, questa è la lezione più profonda: non dobbiamo essere all’altezza. Dobbiamo solo essere presenti, autentici, disposti a lavorare. Il resto lo farà l’opera stessa, che ci trascende e ci guida.
La paura ci tiene umili. L’umiltà ci tiene aperti. E l’apertura ci permette di continuare a crescere.
Ho detto
❤️🫂
Davide
La paura di non essere all’ altezza di una situazione o di un contesto è un sensazione del mondo profano. Posso non sentirmi all’ altezza di partecipare ad una partita di calcio professionista, di partecipare ad un comizio come oratore, ec… Queste situazioni sono accomunate da unico denominatore: la messa in relazione con altri. Il percorso iniziatico non prevede un confronto diretto con altri ma un percorso individuale condiviso.
Ho detto :.
Emiliano
Venerabile Maestro, Fratelli tutti,
quando varchiamo per la prima volta la soglia del Tempio da Apprendisti, portiamo con noi molto più del nostro entusiasmo. Portiamo timori, domande sospese, parti di noi che ancora non comprendiamo. Tra queste, una delle più silenziose ma presenti è la paura di non essere all’altezza.
È una paura naturale, fisiologica, che non possiamo evitare. Sorge quando osserviamo i Fratelli più esperti, quando ascoltiamo parole che inizialmente non comprendiamo, quando ci accorgiamo che, per procedere nel cammino, non ci vengono consegnati manuali ma simboli. E i simboli parlano un linguaggio che si comprende più con il cuore che con la mente.
Nel mondo profano, la paura di non essere all’altezza è spesso nascosta, negata o compensata con la frenesia. Ma nel Tempio, quella stessa paura assume un altro volto: diventa un invito al silenzio, all’ascolto, alla misura. L’iniziazione ci insegna che non siamo qui per dimostrare ma per scoprire.
Il tempo del silenzio dell’Apprendista non è un castigo, ma una protezione; esso ci insegna che non dobbiamo “sapere” tutto, ma semplicemente essere presenti.
Ogni Apprendista, guardando la pietra grezza, percepisce un senso di sproporzione. La pietra è grande, imperfetta, resistente mentre lo scalpello, invece, è piccolo, fragile, quasi timido.
Prendere in mano il martello e tracciare il primo colpo fa nascere una domanda antica:
«Sapró farlo? E se sbaglio? E se rovino tutto?»
Ma la verità è che nessun colpo è perfetto. Ogni gesto contiene un margine d’errore, e proprio lì abita la nostra umanità. Non è richiesto all’Apprendista di essere impeccabile. Gli è richiesto di essere sincero, autentico e di impegnarsi con sincerità nel proprio lavoro interiore.
Con il tempo si comprende che “essere all’altezza” è un movimento, non una condizione.
La paura, allora, diventa compagna di viaggio: ci ricorda che ogni passo comporta una scelta, che la crescita richiede coraggio e che la trasformazione non è mai immediata. Nella Loggia, non siamo chiamati a primeggiare, ma a progredire. E questo cambia tutto.
Quando un Apprendista teme di non essere all’altezza, spesso dimentica un dettaglio essenziale: non è solo. La presenza dei Fratelli, il loro consiglio, il loro esempio silenzioso, sono come mani che sorreggono la cordicella che guida il nostro percorso.
Il Tempio non chiede perfezione: chiede verità. E non esiste verità più umana del riconoscere le proprie paure.
Forse, in fondo, la paura di non essere all’altezza non è un limite, ma una porta. Una porta che ci chiede di lasciare fuori l’arroganza del profano e di entrare nel Tempio con umiltà, disponibilità e cuore aperto. Una porta che ci ricorda che ogni Fratello, anche il più sapiente, è stato un Apprendista attraversato dagli stessi timori.
E allora comprendo che la vera domanda non è:
«Sono all’altezza?» ma piuttosto: «Sono disposto a mettermi in cammino?»
Nella vita profana questa paura non era un’ombra passeggera: era una bussola. Una bussola nascosta che orientava le mie scelte senza che io me ne accorgessi davvero, spesso non decidevo per desiderio autentico, ma per il timore di non essere all’altezza.
All’altezza di cosa? Di chi?
Di aspettative che non avevo mai avuto il coraggio di mettere in discussione. Per anni ho creduto che il mio valore dipendesse dallo sguardo degli altri: essere un buon figlio, un buon marito, un buon collaboratore. E così ogni mia azione diventava una risposta a un dovere, a un ruolo da interpretare.
Nel breve periodo funzionava: evitavo conflitti, venivo percepito come quello “bravo”, quello che mette pace, quello che non crea problemi. Intorno a me vedevo persone serene, anche grazie a me, e questo mi dava una gratitudine immediata.
Ma nel profondo… c’ero io? Mi chiedevo mai cosa fosse importante per me, davvero? No. Ero così impegnato a non deludere gli altri che non mi accorgevo di aver smesso di ascoltare me stesso.
L’ingresso nel Tempio, il silenzio rituale, lo sguardo dei Fratelli che non giudica ma accoglie…
tutto questo ha aperto una crepa nella corazza che mi ero costruito negli anni.
Ho scoperto che la paura di non essere all’altezza è spesso il frutto di una vita vissuta “verso l’esterno”. Ma nel Tempio non ci viene chiesto di essere all’altezza di qualcun altro:
ci viene chiesto di essere sinceri con noi stessi. La pietra che devo lavorare non è fatta di aspettative altrui, è fatta di parti di me che ho ignorato, di desideri non detti, di fragilità che ho imparato a nascondere. E ssere all’altezza non è più un obiettivo esterno da raggiungere,
ma un cammino interiore da percorrere, con calma, con coraggio, con il sostegno silenzioso dei Fratelli.
Ho detto