
Carissimi Fratelli,
questa sera vi accompagno in una riflessione che chiede una cosa sola: lasciare da parte per un momento le interpretazioni che già conosciamo e permettere a un’immagine antica di tornare viva davanti a noi, come esperienza da attraversare. I grandi simboli della tradizione mostrano il movimento dell’uomo quando arriva a una soglia decisiva. La Massoneria ci invita a questo sguardo, a leggere la vita come un insieme di passaggi interiori. Ci fermiamo questa sera su una scena che tutti abbiamo incontrato almeno una volta, l’Ultima Cena. Una stanza semplice, una tavola, uomini seduti insieme prima di un evento irreversibile. Un’immagine che spesso abbiamo visto rappresentata in modo ordinato e pacificato, mentre custodisce una tensione profonda. Secondo una lettura antica, quella cena è un momento di integrazione totale, un atto in cui tutto ciò che compone l’essere umano viene chiamato a sedersi allo stesso tavolo. Attorno a quella tavola siedono funzioni interiori, parti dell’uomo che ognuno di noi conosce, anche senza chiamarle per nome.
C’è Giuda, colui che tradirà. Giuda rappresenta la parte che rompe l’equilibrio, quella forza che tradisce una forma quando quella forma ha esaurito il suo ciclo, il gesto che spezza ciò che ha terminato il proprio tempo.
C’è Pietro, il più forte in apparenza, quello che promette fedeltà e poi nega. Pietro rappresenta la paura che emerge quando la sicurezza vacilla, la fragilità che si manifesta proprio nel momento in cui pensavamo di essere saldi.
C’è Tommaso, colui che dubita. Tommaso rappresenta la mente che chiede esperienza, la parte che rifiuta di credere per sentito dire e che impedisce alla fede di diventare cieca.
Ci sono gli altri, che fuggiranno, e rappresentano l’istinto di allontanarsi quando la realtà diventa troppo intensa, la tendenza a sottrarsi quando il passaggio richiede presenza. Nessuno viene escluso, perché una coscienza che sta per attraversare una soglia reale ha bisogno di riconoscere ogni sua parte, anche quelle che disturbano, anche quelle che fanno paura.
In quella stanza si accoglie.
Il tradimento procede, la paura rimane presente, il dubbio resta attivo, perché ciò che viene riconosciuto perde il potere di agire nell’ombra, mentre ciò che viene rifiutato continua a governare in silenzio. Al centro di questa scena c’è una coscienza che osserva senza identificarsi, uno spazio vigile che contiene tutte le parti senza confondersi con nessuna di esse.
In questa lettura, è Gesù la presenza che tiene insieme il tutto, la consapevolezza che guarda senza scegliere una parte contro l’altra.
Il tavolo diventa la vita stessa, il luogo in cui tutto ciò che siamo prende posto e chiede di essere visto.
Quando ogni parte è presente e riconosciuta, qualcosa comincia a muoversi lentamente. L’identità costruita, quella che ci ha sostenuti per anni, inizia a perdere rigidità, la forma che sembrava solida si incrina dall’interno e apre un varco. Subito dopo viene il momento più difficile, quello che nel racconto evangelico viene chiamato Getsemani, il giardino dove Gesù attende di essere arrestato. È l’esperienza della resa totale: il corpo che trema, il respiro che si accorcia, la paura che attraversa fino alla carne. Un momento di incarnazione piena, di presenza totale dentro ciò che accade, senza più possibilità di fuga.
Gli antichi sapevano che una coscienza può attraversare davvero la trasformazione solo dopo aver accolto ogni sua parte, perché nulla può essere lasciato fuori quando si varca una soglia reale. Il traditore resta, il dubbio resta, la paura resta, e si resta presenti. Solo allora la realtà che ci ha contenuti fino a quel momento smette di reggere per esaurimento naturale, e qualcosa di nuovo può iniziare a manifestarsi.
Quando si dice “quello che io faccio, puoi farlo anche tu”, si indica semplicemente un percorso interiore accessibile a ogni uomo disposto a guardarsi con onestà. Integrare le parti, osservare senza identificarsi, lasciare che la trasformazione avvenga nel tempo giusto.
Guardate ora questa stanza.
Ogni tornata, attorno a questo tavolo, noi riproduciamo quella stessa scena antica. Ciascuno di voi porta qui la propria natura, il proprio modo di vedere, la propria esperienza. C’è chi parla troppo e chi resta in silenzio, chi spinge per cambiare e chi difende la tradizione, chi dubita e chi crede con forza. Vi ho osservati in questi mesi. Ho visto qualcuno di voi irrigidirsi quando un altro esprime un pensiero che disturba l’armonia apparente. Ho visto sguardi che giudicano, silenzi che escludono, gesti che allontanano. Quando qualcuno ci irrita, quando il suo modo di fare ci appare stonato rispetto a come vorremmo che fosse la Loggia, compiamo un errore antico: crediamo che il problema sia lui, fuori da noi. Pensiamo che se quella persona cambiasse, se tacesse, se si adeguasse, allora finalmente la Loggia sarebbe armoniosa. Invece chi vi disturba sta facendo per voi quello che Giuda, Pietro e Tommaso facevano seduti a quella tavola: sta mostrandovi una parte di voi stessi che avete lasciato fuori, una funzione interiore che rifiutate di riconoscere. Chi tradisce la vostra fiducia vi mostra la vostra paura del tradimento. Chi dubita sempre vi mostra quanto sia fragile la vostra certezza. Chi si impone vi mostra la vostra difficoltà a tenere il centro quando qualcuno spinge. Questo è il lavoro della Loggia: vedere negli altri ciò che ancora rifiutiamo in noi stessi. E cosa facciamo invece? Esattamente quello che facciamo nella vita profana. Nascondiamo. Separiamo. Mettiamo da parte le parti scomode, quelle che ci sembrano stonare con l’immagine che vogliamo dare di noi. Costruiamo una versione accettabile di noi stessi e lasciamo tutto il resto nell’ombra, dove continua ad agire senza che nemmeno ce ne accorgiamo. La Loggia diventa così lo specchio perfetto: ciò che rifiutate qui, lo rifiutate anche dentro di voi. Ciò che non sopportate in qualcuno, lo state negando in voi stessi. Questo tavolo è il vostro tavolo interiore. Ogni presenza qui rappresenta una funzione della vostra coscienza. E io, che siedo qui come Maestro Venerabile, non sono qui per dirvi cosa pensare o come comportarvi. Sono qui per tenere lo spazio, per osservare senza identificarmi, per permettere che ogni parte prenda il suo posto e sia vista. Esattamente come quella presenza silenziosa al centro dell’Ultima Cena, che non esclude nessuno, che permette al tradimento di compiersi, al dubbio di esprimersi, alla paura di manifestarsi, perché sa che solo ciò che viene riconosciuto può essere integrato. Quando imparerete a guardare ogni presenza come una parte di voi che chiede di essere vista, allora la Loggia smetterà di essere un luogo dove venite a cercare conferme e diventerà ciò che deve essere: un microcosmo del vostro mondo interiore, dove tutto può finalmente sedersi allo stesso tavolo. E quando avrete imparato a farlo qui, potrete farlo anche fuori, nella vita profana, dove ogni persona che incontrate, ogni situazione che vi disturba, diventerà un’occasione per riconoscere una parte di voi che avevate lasciato nell’ombra.
Questa lettura ci consegna una domanda silenziosa e profonda: quali parti di noi stessi continuiamo a lasciare fuori mentre attendiamo che qualcosa cambi?
La Massoneria ci ricorda che il lavoro consiste nel diventare interi. Solo ciò che è intero può attraversare davvero un passaggio. L’Ultima Cena, letta in questo modo, ci chiede di sederci con tutto ciò che siamo, anche con le parti che preferiremmo non vedere, e di accompagnare con consapevolezza il cammino che la vita pone davanti a ciascuno di noi.
Ho Detto.
Fr. Paolo Giulio Gazzano
Francesco Ropresti
Rileggendo questa tavola, sento il bisogno di fermarmi su ciò che, per me, resta evidente. Negli apostoli riconosco il dubbio, la paura, il tradimento, la fragilità dell’uomo che attraversa una soglia. Ma insieme a tutto questo, vedo una cosa che non viene mai meno. La fede nel Cristo.
Non una fede che protegge dall’errore o che garantisce coerenza. Una fede che tiene presenti. Restano seduti a quella tavola pur sapendo che qualcosa sta per accadere, pur sentendo che la forma che li ha sostenuti fino a quel momento sta per spezzarsi. Restano dentro il percorso, dentro l’Opera, senza certezze e senza difese.
Questa fede non cancella il dubbio né la paura. Li contiene. Non impedisce il tradimento, ma non spezza il legame. Tiene l’orientamento quando tutto vacilla e permette di rimanere nel Lavoro anche quando la tensione diventa insostenibile. Sento, in modo sempre più chiaro, che questa stessa forza ci accompagna anche qui. La riconosco nella presenza dei Fratelli, nel modo in cui ci sediamo insieme alla nostra tavola, così simile a quell’immagine antica dell’Ultima Cena. Una tavola semplice, senza gerarchie apparenti, dove ciascuno porta ciò che è, ciò che ha, ciò che in quel momento riesce a sostenere.
In quei momenti diventa evidente che non lavoriamo da soli. C’è una forza silenziosa che tiene, che attraversa le parole e i silenzi, che si manifesta nelle condivisioni vere. A volte emerge come commozione, altre come un nodo alla gola, altre ancora come lacrime che scendono senza bisogno di spiegazioni. Non perché si è deboli, ma perché non c’è più nulla da trattenere. Forse è questo il segno più autentico della fede. Restare seduti allo stesso tavolo, presenti a ciò che siamo, affidandoci all’Opera che ci unisce e a quella presenza che, senza farsi vedere, continua ad accompagnare il nostro cammino.
Ho detto.
Davide Santori
La lettura di questa Tavola mi ha permesso di osservare questa rappresentazione come non avevo mai fatto. Diverse volte ho cercato simboli che potessere in qualche modo ricondurre ad un percorso iniziatico, senza mai riuscirci. Il simbolo da osservare era proprio Cristo, non in quanto tale ma come figura Cristica. Ogni singolo personaggio seduto in quella tavola rappresenta le nostre ombre e le nostre luci che trovano il giusto equilibrio proprio nella figura di Cristo.
La rettificazione di queste nostre “caratteristiche” ci consente di morire e risorgere come uomini nuovi.
Ho detto
Manuel Morici
Questa tavola è tante cose ma l’ aggettivo che è più indicato per descriverla per me è spiazzante.
La scena descritta è conosciuta ai più, ma il significato dietro alla lettura data ascoltandola è stato spiazzante.
Inizialmente mi sentivo distaccato ed ho compreso la lettura indicante le diverse descrizioni negative dell’animo umano impersonate dagli apostoli e il bilanciamento del Cristo, con annessa accettazione.
Chiara e condivisibile.
Ma quando si è paragonato queste imperfezioni a noi stessi ho tentennato. Mi sono chiesto “chi sono io in questa scena?”
Di certo non sono Gesù, non sono perfetto…
Sono forse Giuda il traditore? Certo che no…
Forse Pietro il rinnegatore? No di certo…
Neanche gli altri che scappano…
Forse Tommaso…
Ma mentre mi facevo queste domande e decidevo chi era più affine a me con molta difficoltà, mi sono chiesto “ho mai fatto qualcosa che potrebbe rientrare in queste categorie, almeno una volta?”
E allora si che sono rimasto spiazzato…
Pensando alla mia vita mi sono reso conto che sono Tommaso, che non crede se non vede, in
diverse occasioni, ma sono stato anche Pietro qualche volta, mentre altre volte sono scappato da diverse situazioni, e perfino Giuda. Sono abbastanza sicuro di aver tradito la fiducia di qualcuno ma sono certo di aver tradito me stesso… I miei valori, i miei principi…
Spesso o di rado, tanto o poco, ognuna di queste cose è successa.
Ed è questa la parte spiazzante…
Non ero uno dei discepoli, ma tutti.
Ero la composizione delle loro caratteristiche, ero la loro sintesi.
Ma loro sono la sintesi dell’essere umano, ed io sono umano; per quanto si voglia aspirare alla perfezione (al Cristo), resto umano.
Bisogna accettarlo e alla fine tutto torna. “NOSCE TE IPSUM”
Ho detto
Cristiano Ottaviani
A mio avviso, il punto centrale della Tavola è l’integrazione. Non esiste trasformazione senza che ogni funzione interiore venga riconosciuta. Giuda, Pietro, Tommaso e gli altri Apostoli non sono deviazioni dal cammino, ma forze necessarie del processo.
Giuda è la parte che rompe un equilibrio quando una forma ha finito il suo tempo.
Pietro è la parte di noi che crede di essere forte, ma che cede quando viene messa alla prova.
Tommaso incarna il dubbio sano e necessario, il discernimento. È la mente che chiede esperienza diretta e rifiuta di credere per abitudine o per autorità.
Gli altri discepoli rappresentano la tendenza a fuggire quando la realtà diventa troppo intensa. È la parte che si assenta e tace magari per non esporsi.
Al centro della scena c’è una presenza che osserva senza identificarsi.
Il suo ruolo non è quello di correggere o armonizzare in maniera forzata, ma di tenere lo spazio, permettendo che ogni parte possa manifestarsi. Mostra che il problema non è la presenza di queste parti, ma il tentativo di allontanarle per preservare un’immagine ideale di sé. Escludere una parte, una voce, una funzione, significherebbe interrompere il processo iniziatico.
La Loggia, invece, è il luogo in cui ciascun Fratello rappresenta una parte della nostra coscienza. Le differenze, le tensioni, persino i conflitti non sono un errore, ma materiale di lavoro. Il lavoro massonico consiste proprio in questo: vedere negli altri ciò che rifiutiamo in noi stessi. La Loggia diventa così uno specchio del nostro mondo interiore.
La Massoneria insegna che solo ciò che è intero può attraversare davvero una soglia.
Diventare interi significa sedersi alla tavola della vita con tutto ciò che siamo, senza escludere nulla.
Ho detto.