
Nel lavoro massonico accade spesso qualcosa che, all’inizio, non comprendiamo. Ci troviamo chiamati a occupare una posizione scomoda, esposta, faticosa. Sentiamo una spinta ad agire in un punto preciso, sempre lo stesso, come se lì fosse rimasto qualcosa in sospeso. È una chiamata.
La Tradizione ci insegna che nulla accade per caso. Ogni Fratello entra in Loggia portando con sé una storia che non inizia con lui. Prima ancora del suo ingresso, qualcun altro ha tentato di dire, di costruire, di aprire uno spazio. Qualcuno ha parlato e non è stato ascoltato. Qualcuno ha lavorato e non ha potuto completare l’Opera. Qualcuno è stato fermato, messo a tacere, escluso.
Quel lavoro non scompare. Resta nel Tempio invisibile.
Nel linguaggio simbolico potremmo dire che una pietra è rimasta a metà, lasciata lì perché il tempo, il contesto o la forza non erano sufficienti per posarla. Quando questo accade, il lavoro viene trasmesso.
La Massoneria conosce bene questo meccanismo. Ogni grado è costruito sul lavoro del precedente. Ogni passaggio nasce da una frattura, da una perdita, da una Parola che non può più essere pronunciata nello stesso modo. Ereditiamo compiti incompiuti.
Può accadere allora che un Fratello si trovi a operare esattamente nel punto in cui qualcun altro si è fermato. Spesso senza saperlo. Spesso con resistenze interiori. Spesso pagando un prezzo. È come se il lavoro tornasse a chiedere di essere fatto, questa volta con mani diverse.
Questo significa trasformare. Chi viene dopo porta ciò che prima non poteva essere portato. Dice ciò che prima non poteva essere detto. Sostiene un peso che prima avrebbe spezzato.
Nel rituale sappiamo che la Parola può essere tolta. Quando accade, il silenzio è carico. È un silenzio che chiede continuità. Il lavoro si sposta. La responsabilità passa.
Ecco perché, talvolta, ci sentiamo spinti a parlare quando altri hanno dovuto tacere. A esporci dove altri sono stati costretti a ritirarsi. A lavorare su confini delicati, dove il rischio è reale. È una funzione.
In questo senso, la Massoneria ci insegna una verità profonda: siamo chiamati a lavorare anche per chi ci ha preceduto.
Ogni Fratello che entra in Loggia riceve un’eredità invisibile. Fatta di lavori aperti. Di domande rimaste senza risposta. Di verità sospese. Quando queste non vengono riconosciute, tendono a ripresentarsi. Quando vengono assunte consapevolmente, possono finalmente essere integrate.
Questo vale nel Tempio. Vale nella vita. Vale nella storia.
Ciò che prima è stato bloccato cerca una nuova forma. Ciò che prima è stato zittito cerca una nuova voce. Ciò che prima è stato spezzato chiede di essere ricomposto.
Chi raccoglie questo compito viene spesso frainteso. Talvolta contrastato. Ma il lavoro massonico si misura dalla fedeltà all’Opera.
Essere chiamati a questo tipo di lavoro è una responsabilità. Significa accettare che il proprio cammino è inserito in una catena. Una catena che attraversa il tempo e che chiede continuità.
Forse oggi, come Fratelli, siamo chiamati proprio a questo: riconoscere che alcune prove non nascono da noi. che alcune fatiche non sono solo nostre. che alcune parole chiedono di essere pronunciate perché prima non lo sono state.
Quando comprendiamo questo, il lavoro cambia senso. Non stiamo reagendo. Stiamo completando.
E allora anche il peso diventa sopportabile. Perché stiamo lavorando anche per chi, prima di noi, non ha potuto.
Francesco Ropresti
Nel lavoro iniziatico ci si ritrova a volte a operare in un punto che non nasce con noi. All’inizio sembra un passaggio ordinato. Poi si comprende che è stato toccato prima. Qualcuno ha lavorato lì e ha portato quel peso fin dove ha potuto. Il tempo e le circostanze hanno segnato quel passaggio. Quando il lavoro ritorna, chiede continuità e presenza. In questo senso, anche la trasmissione di una carica è una forma concreta di quella continuità. Essa non comincia con chi la porta oggi. È già stata vissuta. Ciò che non è stato compiuto non scompare, passa. Quando viene trasmessa, non passa soltanto una funzione. Si entra in qualcosa di già carico, dove il gesto conta più delle parole. Il passaggio avviene nello stare e nel mantenere un ritmo fedele. Il peso si fa sentire perché il lavoro è vivo. A un certo punto il passaggio smette di essere una consegna e diventa prosecuzione lungo la Catena. Non è una reazione. È il lavoro che trova la sua forma. Ho detto
Leonardo Lunetto
Leggendo questo breve testo mi viene in mente il lavoro che nel passato si faceva per erigere cattedrali in Europa. L’operaio, il fratello che lavorava alla costruzione, alla sua pietra molto probabilmente non avrebbe visto compiuta l’opera nella sua interezza così come quando aveva iniziato non aveva preso un lavoro da zero ma consapevole che già stava continuando quello iniziato da altri. Nessuno si chiede perché continua il lavoro degli altri o perché non terminerà il suo ma vive nella consapevolezza che il suo contributo è un piccolo tassello, un piccolo granello che porterà a termine un meraviglioso mosaico. Non c’è impedimento, non c’è esclusione o preferenzasu di un fratello ad un altro, ci sta solo il lavoro e il contributo che ognuno può dare.