
L’Opera Architettonica, che il rituale esalta in un metaforico processo di edificazione, rappresenta l’idea di perfezionamento interiore, alla continua ricerca dei valori più alti dell’uomo. Essa ha il costante e continuo bisogno del “pensiero simbolico”, ossia la prima forma di comunicazione che è alla base del linguaggio, della scrittura, della scienza e dell’arte.
Il Simbolo è forse ciò che ci rende umani.
Il Simbolo, da un lato, cela e nasconde; dall’altro, comunica e ci avvicina a una dimensione difficile da far emergere, perché dobbiamo togliere tutto ciò che è stato costruito sopra la nostra anima, sopra il nostro sentimento, sopra il nostro momento più intimo.
Il nostro è un Tempio di emozioni, vibrazioni ed energia che nascono da dentro. È un luogo di silenzio e di pensiero, è il bisogno incessante di scoprirsi, anche grazie alla sapienza e alle virtù degli altri. È imparare l’arte e il mestiere su noi stessi.
Edificare ed educare se stessi, attraverso ciò che il rituale, i simboli, i segni e gli strumenti ci trasmettono, è il nostro lavoro. Ecco perché, ad adornare la colonna del Sud, troviamo le melagrane: un simbolo vegetale dalla forma unitaria che, al suo interno, racchiude una moltitudine di grani. Da esse possiamo cogliere l’immagine di un insieme di individui, in apparenza tutti uguali, giunti un giorno, con coraggio, a bussare alla porta del Tempio, ma tutti diversi nella ricerca e nell’espressione della Verità.
La dualità di questo frutto si manifesta nelle sue radici velenose e nella sua esteriorità coriacea e inattaccabile, ma al suo interno contiene un frutto rosso e zuccherino, simbolo di calore e luce. Questo frutto è costituito da un insieme di chicchi uniti e solidali, gli uni agli altri, come saldati fra loro, a testimonianza di sensibilità diverse che formano un tutto, un ordine universale.
La duplicità racchiusa nelle melagrane ci accompagna alla riflessione tra eso – letteralmente “in dentro” – ed exo – “al di fuori” –, in un’armonia fra interno ed esterno. Il nostro viaggio, possiamo dunque affermare, si gioca in un equilibrio fra l’uno (inteso come singolo) e i molti.
La costruzione del rituale, ad esempio, è il risultato dell’impegno di molti. Dunque, l’esteriorità altrui, che possiamo definire come atto di fratellanza, ci consente di vivere la nostra dimensione esoterica, intima ed interiore, che nella sua complessità è difficile da scoprire, comunicare e trasmettere agli altri.
Ciò che è intimo non ci è chiaro e, spesso, ci terrorizza. Paradossalmente, dunque, l’azione su noi stessi non può non avere come corollario il momento comune, collettivo, fraterno e solidale.
Se la storia che, nel nostro cammino iniziatico, andremo a costruire non si pone al suo interno come spazio di mutuo ascolto, di edificazione e rispetto, tutto rimane e diviene esteriorità e sincretismo, o peggio ancora, mera rappresentazione.
Tutto, in realtà, dovrà essere da noi trasformato in una sostanziale risorsa interiore, in una forza morale in più da spendere quando si potrebbe vacillare.
Credo dunque, cari FF∴, che alla base di questa inscindibile unità nella molteplicità debba esserci la Libertà. Un cammino di Libertà non è mai un cammino tranquillo. Il nostro sforzo sta nel trovare la Libertà nelle convinzioni, nelle scelte e nelle decisioni.
A volte, purtroppo, si è più tranquilli senza responsabilità, ma questo equivale a rinunciare da soli alla propria Libertà.
Quando, illuminati dalla coscienza di un impegno profondo, saremo in grado di fondere questa dualità – quando non avremo timore di esternare il nostro momento più intimo e, viceversa, saremo in grado di interiorizzare, senza vergogna, anche ciò che è collettivo – avanzeremo verso quel punto di equilibrio fra squadra e compasso.
Vi confesso – e scusate il personalismo esplicativo – di essere molto lontano dal raggiungere questo punto e che, forse, mi sarà impossibile farlo. Ma per questo sono qui, nella speranza di trovare quel luogo di accoglienza dove, senza paura, si lavora sui confini della ricerca, dove, guardandosi negli occhi, cadono le ombre.
Ho detto.
Fr∴ Gabriele Recanatesi
Alessio De Martis
Vorrei porre l’attenzione su un passaggio fondamentale della tavola, dove viene sottolineata l’inutilità del lavoro in Loggia senza ascolto attivo nei confronti dei Fratelli.
Ognuno di noi può dire una frase ed una parola che può essere di aiuto e rinfrancare un Fratello, anche inconsapevolmente o involontariamente, ma anche darci svariati punti di vista circa un tema, un simbolo, un argomento trattato in tornata (ma anche durante l’agape successiva ai lavori).
Per fare in modo che ciò avvenga però si presuppone che dobbiamo non solo sentire i vari interventi, ma ascoltarli ed interiorizzarli per poter cogliere, il più possibile, le varie sfumature e i punti salienti.
Fondamentale in tal senso è il lavoro che, a turno, ci verrà chiesto di fare circa l’ascolto degli interventi dei fratelli in loggia e la successiva analisi da riportare al Venerabilissimo.
Ho detto.