Alla necessità di sopravvivere e di comprendere i fenomeni della propria esistenza, è dovuto il ricorso da parte dell’uomo ai suoi due strumenti essenziali: l’ingegno e le mani. Per codificare la sua percezione dello scorrere del Tempo correlata allo spazio entro cui nasce, vive e trapassa, questo si è avvalso da principio di metodi e strumenti per misurarlo. Tra questi, ve ne è uno in particolare assai pratico e universale. La Clessidra.

Dal greco Klepsydra (ruba acqua), è l’oggetto con cui l’uomo scandisce il tempo delle sue attività e misura quello dell’ambiente che lo circonda. Da un’antica iscrizione funeraria Egizia si inquadra la sua invenzione nel XVI Sec a. C., dell’ufficiale di corte Amenemhet sotto il Faraone Amenofi I, consistente in un vaso microforato alla base e riempito con acqua, a cui è stata attribuita la funzione di misurare la durata di alcuni riti. È datato al XIV Sec. a.C. il più antico esemplare rinvenuto tra le rovine del tempio di Akh-Menu a Karnak, giunto fino a noi.

Circa tremila anni più tardi la sua evoluzione, nella forma di doppia ampolla rovesciata riempita con la sabbia, prevale in efficacia su tutti gli altri misuratori concepiti per gli stessi scopi, precedenti e successivi, funzionando questa ovunque nel globo terrestre e in qualsiasi condizione.

In chiave iniziatica questo strumento è di valore incommensurabile. Quella posta all’Oriente nel nostro Rito è fuor d’ogni dubbio la tipologia più geniale e congeniale, per la sua simbologia variegata. Come l’alambicco che distilla l’essenza delle vinacce per ricavarne l’aquavitae, in essa è contenuto il Tutto e il Nulla. I due vasi, generati dal soffio del mastro vetraio, incarnano il misteri della cosmogonia col soffio divino della creazione, traducibili nella dualità dei contrapposti di cui sono fatte tutte le cose.

Proiettando su di un piano bidimensionale i contorni della clessidra, ci viene rivelato che in essa sono concentrati i segreti dell’esistenza, i quali di certo, da esseri limitati e caduci, possiamo solo indagare e interpretare per trarne insegnamento e consapevolezza. Vi sono celate e infuse le leggi ermetiche e vi si possono ricalcare i numeri dallo zero all’infinito, oltre numerose simbologie geometriche dalla profonda valenza iniziatica.

Essa stessa nella sua interezza disegna il numero otto simbolo dell’infinito. La sabbia che custodisce nel suo ventre è sostanza creativa e il suo scorrimento ne è il flusso che passa da un vaso, come la mano che dà, all’altro, come la mano che riceve. Attraverso l’ombelico della clessidra dove si manifesta in un istante ciò che È, così come nel grembo materno dove si si dona e si succhia la vita tra forza creatrice e forza creata, avviene lo scambio tra ciò che è stato, ciò che sarà e, al prossimo giro di ruota, ciò che sarà stato e ciò che ancora una volta sarà.

È in questo scambio tra forze di segno eguale e contrario, mutando di polarità nel corso della loro esistenza, attraendosi e respingendosi tra loro, che si dispiega in un perpetuo equilibrio l’inesorabile danza del divenire. L’Iniziato, nello spazio ben delimitato del proprio Sé, tiene in mano il suo tempo e impara che se l’ego prende il sopravvento e la mano viene forzata troppo, la clessidra va in frantumi ed il tempo è perso.

Si potrebbe individuare nel collo della clessidra il significato della gola. Questa deve regolare il flusso delle manifestazioni con moderazione, nei tempi e nei modi giusti e perfetti. Talvolta ci si lascia prendere dalla fretta e dalla foga di dire ed esaurire tutti i concetti in una volta sola, nell’illusione che questo possa essere di aiuto ai nostri Fratelli ma, invero, spesso poi comprendiamo che, al contrario, stiamo rubando in modo sbadato il tempo altrui e ne saturiamo la consapevolezza, come urlare qualcosa nell’orecchio di chi ascolta, anziché stillarla in brevi e delicate espressioni.

Se da Liberi Muratori siamo convinti che nel Rito tutto è simbolo, così come la sabbia nella clessidra figlia dell’erosione della roccia, noi che siamo le cellule del tutt’uno, possiamo comprendere che il nostro cammino è individuale e collettivo. Misurati, come quei grani finissimi, scorriamo nel presente ed evolviamo unendoci, separandoci e riunendoci ancora e ancora.

Per concludere, siamo padroni del nostro tempo e non di quello altrui e spesso non ce ne rendiamo conto, ma la clessidra, per quanto sia difficile interiorizzarne davvero il significato, ci insegna che le nostre esistenze scorrono coese seppur distinte e che tutto è in costante trasformazione e caduco. Per questo dobbiamo, con la disciplina, la concentrazione e la pace interiore farne Tesoro senza sprecarne neppure un granello. Perchè al prossimo giro di ruota si ricomincia daccapo ma con una consapevolezza accumulata e ciò che lasciamo ai prossimi sarà ciò che avremo messo nel precedente giro.

Il miracolo più grande avviene in quel tempo indefinito, mentre la clessidra viene capovolta, quando è in posizione orizzontale. Per un attimo il tempo si ferma e la percezione che abbiamo di questo viene dilatata. È come nel sonno, sia quello vigile che quello nel riposo e, forse, anche al momento della nostra dipartita quando giacciamo supini. È così che la clessidra assume il suo senso d’infinito. Su quel prato possiamo cogliere i fiori più odorosi e le gemme più preziose, proprio come il desco preparato per il nostro Rito, dove tutti noi Fratelli ci troviamo a condividere il cuore.