Comprendere il Rito.

É abbastanza inusuale, oggi, sentir parlare di «riti». Generalmente l’idea di Rito viene associata alla religione, alla magia o a qualche forma ancestrale di comportamento ripetitivo. In psichiatria, il «comportamento rituale» è addirittura considerato tra i possibili sintomi di squilibrio mentale, sotto forma di «disturbo ossessivo compulsivo». Ma, al di là degli eccessi, è piuttosto evidente che la natura e la ragione d’essere delle pratiche rituali risultino incomprensibili per la maggioranza dei nostri contemporanei.

Intendiamoci: non ci riferiamo solo a quelli che manifestano questa incomprensione sotto forma di critica o disinteresse. Purtroppo, anche i pochi che hanno ancora familiarità con una qualche forma di pratica rituale danno molto spesso prova di un’ignoranza simile o peggiore rispetto agli aperti oppositori. Per motivare ciò che appare una bizzarria agli occhi della massa, infatti, non di rado si sentono spiegazioni altrettanto singolari: «Dio lo vuole», «i nostri antenati lo vollero», «si è sempre fatto così». Si tratta di affermazioni false, o indimostrabili, o, al meglio, segnali di un radicato attaccamento sentimentale a una determinata forma. In ogni caso, si tratta di spiegazioni che non tengono nessun conto della natura propria dei riti, e che potrebbero essere usate per giustificare la sopravvivenza di una qualunque superstizione.

In realtà il termine Rito designa semplicemente ciò che è conforme all’ordine del Cosmo. Il Verbo, la Parola Divina, è ciò che produce la manifestazione universale e dal punto di vista del Principio il Rito, quando mantiene il suo carattere autenticamente tradizionale, è la specificazione di quel Verbo in rapporto a un luogo, a un’epoca, a una collettività. Inversamente, dal punto di vista dell’individuo, il Rito, in quanto atto conforme all’ordine, è ciò che lo pone, per il tramite degli stati superiori dell’essere in comunicazione con l’Intelligenza universale che è in lui. La comunicazione con questa Intelligenza universale si mantiene, per gli uomini ordinari, in modo incosciente. Nel caso dei riti religiosi sia gli stati superiori dell’essere che, a maggior ragione, il Principio vengono concepiti come esterni, poiché l’individuo non ha alcuna volontà di superare il punto di vista che lo fa essere «un tale». Viceversa, nel caso dei riti propriamente Iniziatici, la medesima comunicazione è stabilita in funzione di tutt’altro obiettivo: superare le limitazioni che costituiscono la forma individuale e concorrere coscientemente alla realizzazione di ciò che in termini iniziatici è chiamato il piano dell’Onnipotente Iddio (Grande Architetto dell’Universo nelle  moderne massonerie).

Certamente, si potrebbe obiettare, che il piano dell’Onnipotente si realizza indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà degli esseri che lo mettono in opera. 

Ciò è indubitabile. 

La domanda che ci si potrebbe porre è: “come è possibile che tramite movimenti e parole si possa ottenere il risultato di superare le limitazioni individuali”? 

Voler oltrepassare questo piano terreno tramite strumenti che appartengono a tale piano non è come volersi sollevare da terra tirandosi per i lacci delle scarpe? E in effetti sì, è così. O meglio: sarebbe così se si considerasse la realizzazione spirituale come un «effetto» dei riti: ma il rapporto che intercorre tra la prima e i secondi non è di questo tipo. 

I riti, per quanto elementi di fatto indispensabili nell’ambito della via iniziatica, non sono altro che mezzi utili ad armonizzare i diversi elementi dell’individualità, mezzi che rendono più agevole ricondurre la coscienza, dallo stato di dispersione e confusione, che caratterizza l’uomo comune, a quello di concentrazione che le renderà possibile realizzare l’identificazione con la stessa Intelligenza universale.

La pratica dei riti iniziatici, in quanto manifestazione del Verbo sul piano vitale umano, determina l’armonizzazione degli elementi sottili dell’uomo, ed è in grado di aprire una «porta» di comunicazione con gli stati superiori dell’essere attraverso cui egli può prendere coscienza della sua natura più profonda, del suo costituire un riflesso dell’Intelligenza Universale. L’influenza spirituale trasmessa nell’Iniziazione costituisce una particolare «vibrazione» non sensibile, destinata a svolgere nei confronti del microcosmo la stessa funzione del Fiat Lux primordiale nei confronti del macrocosmo: da un lato essa rappresenta la luce che illumina le tenebre delle potenzialità sottili, «misurando» e «producendo l’ordine» a partire dal «caos»; dall’altro costituisce il principio della Vita, la vibrazione primordiale che si riflette nell’uomo come espressione di un «ritmo» strettamente collegato alla vita organica, quale il respiro o il battito cardiaco.

Nella pratica dei riti, così come in ogni altra azione compiuta con coscienza, le parole e i gesti determinano la nascita di ciò che nelle dottrine indù è chiamato apûrva, una «vibrazione» non percepibile che da un lato resta unita alla forma sottile dell’essere che ha realizzato l’azione, e dall’altro esce dal dominio della manifestazione sensibile propagandosi tra le energie potenziali dell’ordine cosmico, per poi venire riflessa come un’eco sotto forma di una reazione della stessa natura dell’azione che ne è stata all’origine. Dal punto di vista tradizionale, la pratica dell’azione rituale, pienamente conforme all’ordine cosmico, ha in sé possibilità di sviluppo che sorpassano di gran lunga la portata della causalità ordinaria, così come esprime Guénon: «anche la minima cosa operata in conformità armonica con l’ordine dei principi porta virtualmente in sé delle possibilità la cui espansione può determinare le conseguenze più prodigiose e ciò in tutti i domini, a mano a mano che le sue ripercussioni vi si estendono secondo la loro ripartizione gerarchica e in progressione indefinita».

Per poter riscoprire la propria natura e tornare al centro di se stesso, l’uomo moderno dovrebbe innanzitutto abbattere la mostruosa impalcatura mentale che lo assilla giorno e notte con preoccupazioni e aspettative artificiali, bombardato costantemente dall’esterno.

Preso in questa morsa, è incapace di sintonizzarsi sul suo ritmo interiore, di cogliere le aperture che si presentano verso le modalità più profonde del proprio essere. Per riuscire ad afferrarle, egli dovrebbe prima di tutto trovare il silenzio in se stesso, uscire dal punto di vista del tempo ordinario e porsi, per quanto gli sia possibile, nel «non tempo» del Rito, il cui sviluppo nel dominio degli eventi non è che il dipanarsi del simbolo. Cosa possiamo aspettarci di «nuovo» da un rituale? Forse solo il fatto di poter comprendere più profondamente una frase o un gesto che credevamo di conoscere e che invece scopriamo diverso perché chi vede e ascolta non è più lo stesso.

Un esempio, di tale «trasformazione» può essere ricavato dalla lettura di un passaggio di Henri Borel, col quale chiudiamo queste brevi riflessioni perché rimanga bene impresso, nella mente dei Fratelli quale sia l’attitudine interiore che permette di comprendere i riti:

«I tuoi dolori svaniranno un giorno dalla tua vita come le nebbie svaniscono dalla montagna, perché un giorno comprenderai come tutti i fatti dell’esistenza siano naturali e spontanei. Tutti i grandi problemi che ti sembrano pieni di mistero e di oscurità diverranno: Wu-Wei; del tutto semplici, senza ostacoli di sorta, e cesseranno di essere oggetto di perplessità per te: tutto procede da Tao, tutto fa naturalmente parte del grande sistema che è sorto da un Principio Unico. […] Allora per la prima volta, quando sarai divenuto Wu-Wei, inesistente nel senso umano e comune della parola, tutto sarà esatto per te e attraverserai la vita con un moto così calmo e spontaneo come quello del vasto mare dinanzi a noi. Niente turberà la tua pace. Il tuo sonno sarà senza sogno e la coscienza dell’Io non ti arrecherà alcun tormento.

Vedrai Tao in tutte le cose, sarai uno con tutto ciò che esiste, ti sentirai intimo con la natura intera come con te stesso e attraversando con una calma sottomissione le alternative del giorno e della notte, dell’estate e dell’inverno, della vita e della morte, entrerai un giorno in Tao, nel quale non vi sono più alternative e dal quale sei uscito puro così come puro in Lui Ritornerai».

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A proposito di Rituali.

  1. Eccomi qui, a scrivere i miei primi pensieri relativamente ad un argomento che sarà trattato in Loggia. Sono consapevole che il mio cammino è molto lungo e ho molta strada da fare, quindi devo ancora capire e percepire molte cose riguardo al ritualismo e al simbolismo della nostra associazione. Anche se al momento posso solamente comprendere il loro significato superficiale, per intraprendere il viaggio dentro di noi stessi bisogna capire il loro significato più profondo. Sono sicuro che, grazie ai miei fratelli e alla mia perseveranza, riuscirò a scavare sempre più a fondo nel mio ‘IO’.
    Iniziamo spiegando in poche parole cos’è un rituale e i suoi simboli: Nel corso della storia, il rito massonico ha costituito un elemento intrigante e misterioso della cultura occidentale. L’analisi delle sue radici storiche rivela un percorso intricato che si estende attraverso epoche e continenti, evidenziando una rete di ideali filosofici, tradizioni esoteriche e influenze culturali. Attraverso lo studio dei simboli utilizzati nei rituali massonici, è possibile scoprire strati di significato che riflettono concetti universali come la fratellanza, la saggezza e la ricerca della verità.
    I simboli e i rituali non sono fini a se stessi, ma rappresentano piuttosto un mezzo di accesso, in quanto veicoli di simboli. Partendo da un caos, il rituale attua un ordine e un’armonia all’interno di un gruppo. Ogni fase del rituale prepara un clima di ricettività e di apertura interiore.
    I riti sono pieni di simboli e i simboli vengono utilizzati in ogni rituale, questo perché i riti non sono altro che i simboli messi in azione, così come ogni gesto rituale rappresenta un simbolo.
    Il rituale permette ad ogni partecipante di concentrarsi, provocando una rottura con il mondo esterno.
    Uno dei rituali più importanti nella massoneria è il rito iniziatico, che serve a far rinascere un individuo nella luce, ovvero facendogli iniziare un percorso che lo porterà ad essere più saggio, lo porterà alla ricerca della verità ed lo porterà scavare in se stesso.
    Questo è stato infatti il rituale a cui mi sono sottoposto in prima persona, ed è stato a dir poco emozionante e pieno di significato. Mi sono ritrovato in una stanza buia, con solo un tavolino con sopra un teschio, delle candele e dei fogli collocati nei rispettivi punti cardinali (nord, est, sud e ovest). Ogni cosa aveva un significato e il rituale iniziava proprio da lì. In quella stanza ho dovuto affrontare ‘la morte’, a cui ho dovuto lasciare un testamento. Dopodiché, nel buio, sono stato bendato, il che significa essere caduto nella più totale oscurità.
    Spoglio di tutto, con una corda al collo, scalzo e il braccio e una gamba nude, ho iniziato il mio percorso nell’oblio. Sentivo solamente le voci dei miei futuri fratelli e del venerabile che mi stavano portando mano a mano verso la luce. Accompagnato da suoni, movimenti e prove che davano al rituale quella magia che ti portava a riflettere e a concentrarti solamente su te stesso e su quello che stava accadendo, così da farti dimenticare in quel momento del mondo esterno. Da qui inizia un cammino verso l’accettazione e verso un giuramento che mi avrebbe portato, da lì a poco, a essere sbendato. Una volta tolta la benda, vidi la luce e il significato di una nuova vita aveva preso forma. Una vita fatta di studio su me stesso, andando alla ricerca della verità.
    Finisco col dire che un rito per essere compreso deve essere vissuto. Perché solo così riesci a capirne il suo vero significato.
    Un saluto a tutti fratelli.

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