René Guénon non ha mai smesso di denunciare l’espressione «giocare al rituale», escogitata da Oswald Wirth per criticare il comportamento delle Logge anglosassoni, nelle quali, effettivamente, il «Lavoro massonico» è incentrato anzitutto sull’esecuzione dei riti. Wirth, infatti, come d’altronde molti Massoni francesi, riteneva che l’autentico lavoro iniziatico consistesse nelle «tavole», vale a dire dei discorsi pomposamente definiti come composizioni architettoniche, in cui alcuni Fratelli, designati a rotazione per la riunione quindicinale, blaterano su argomenti troppo spesso estranei all’idea stessa d’iniziazione.

Se una tavola che tratta di simbolismo, di tecnica iniziatica o di storia sacra è perfettamente adeguata in Loggia, ciò non toglie che il vero lavoro massonico è l’esecuzione del rituale. 

I Massoni tradizionali e soprattutto i Massoni di spirito guénoniano, sanno che tali formule arcaiche, i rituali, non potranno mai scadere poiché sono tutte pregne d’influenza spirituale e costituiscono un linguaggio segreto, vale a dire la vera lingua sacra della Massoneria; il loro definitivo oblio sarebbe un atto di estrema gravità. Conviene invece ridar loro forza e vigore, poiché questo riunire (o reintegrare) elementi sparsi del linguaggio, vale a dire del verbo-massonico, costituisce una condizione necessaria al ritrovamento della Parola perduta.

Se sono numerose le opere che trattano della storia della Massoneria, non si può dire altrettanto di quelle consacrate al suo rituale e al suo simbolismo.

In quest’ambito, l’opera di René Guénon, beninteso, supera ogni altra. Nel manuale del grado di Apprendista, per esempio, a proposito della lettera B in quanto prima lettera cosmologica, troviamo certe considerazioni che ricordano singolarmente quel che scrive Guénon su tale lettera, iniziale di Bereshith (la parola che è all’inizio della Genesi e anche del Vangelo secondo san Giovanni nella traduzione ebraica).

«Magister» segnala che la B dell’alfabeto ebraico è la lettera beth e che tale lettera significa «casa». La forma ebraica della lettera beth è d’altronde considerata come il geroglifico del Tempio. Ma avrebbe potuto aggiungere qualche considerazione su Boaz stesso, del quale la Bibbia afferma che «costruì per la seconda volta la casa d’Israele» e al quale fu detto: «Manifesta la tua forza in Efrata, fatti un nome in Betlemme».

E non si dovrebbe scordare che la vita terrestre del Cristo incomincia a Betlemme, cioè nella casa del pane.

Dall’esempio relativo al simbolismo poco sopra citato spostiamo il nostro focus su due usanze presenti in alcuni rituali. La prima scomparsa, l’altra tendente a diffondersi in Francia e che si possono considerare, se non alla stregua di riti veri e propri, almeno come pratiche perfettamente legittime e anche degne d’interesse.

Da alcuni anni in diverse Logge francesi è invalsa l’abitudine di leggere, alla fine dell’apertura dei lavori, il prologo del Vangelo di San Giovanni, conferendo a tale lettura una certa solennità, poiché i due Diaconi (oppure, in loro mancanza, l’Esperto e il Maestro delle Cerimonie) formano sul lettore una sorta di simulacro della «volta d’acciaio». In tutto ciò non c’è nulla che non sia lodevole, se non, forse, che alla fine della loro vita numerosi Fratelli avranno imparato a memoria il prologo in questione, senza aver mai sentito accennare, in Loggia, a molti brani di risonanza iniziatica del Vangelo di Giovanni, degli altri Vangeli e, in generale, di tutti i testi sacri!.

John T. Lawrence ha indicato una possibilità che ci sembra molto più giudiziosa. Ricordando che, nei rituali inglesi, alla chiusura dei lavori, il Venerabile domanda per tre volte se qualche Fratello ha qualcosa da proporre “per il bene dell’Ordine in generale e della Loggia in particolare”, e che di solito tale richiesta è seguita dal silenzio generale, egli consiglia che un Ufficiale di Loggia intervenga a chiedere la lettura di un passo del Libro della Sacra Legge.

Se citiamo questa proposta di Lawrence, è perché in tutte le civiltà tradizionali i Libri sacri sono stati considerati come l’espressione della Saggezza Divina. Si constata, dunque, che la proposta di Lawrence, amalgamata agli usi delle Logge latine, costituisca un solenne omaggio al ternario «Saggezza, Forza, Bellezza», omaggio perfettamente adeguato al momento della chiusura dei Lavori, e che senza dubbio dovette essere praticato in un’epoca più o meno remota.

Terminiamo così queste riflessioni sui rituali, i quali costituiscono insomma il simbolismo parlato, la tradizione orale della Massoneria. Questo simbolismo orale è stato bistrattato, nel tempo, in misura decisamente maggiore rispetto al simbolismo figurativo, poiché, trasmesso in linea di principio da bocca a orecchio, è stato spesso vittima dell’incomprensione dei suoi trasmettitori.

Ma per coloro che, alla scuola di René Guénon, hanno preso coscienza delle regole rigorose di quella scienza esatta che è il simbolismo universale, non v’è dubbio che queste parole talvolta alterate, queste formule enigmatiche e queste leggende sovente inverosimili, sono le vestigia, affievolite ma sempre viventi, di una dottrina sublime e di un metodo efficace ispirati da una Saggezza non umana.